venerdì 13 gennaio 2012

Ho comprato un campo

Sono emozionato. Come prima di una partenza. Come quando ero bambino e il giorno prima di partire per le vacanze al mare facevo e disfacevo la mia valigia - mia perché fatta soprattutto di giocattoli - un milione di volte, perché non mi sembrava mai di aver scelto il necessario, benché vi fosse di tutto. Meno male che a preparare quella vera, coi costumi, i vestiti e le altre robe per il mare, ci pensava mia madre, altrimenti, fosse stato per me, avrei portato solo binocoli, maschere, formine per la sabbia e fumetti. E quelle notti non riuscivo a dormire, pensando a come avrei fatto a prendere un pesce senza un buon retino o quali cassette avrei dovuto prendere per il viaggio, per poter cantare e così distrarmi dalla mia paura per quei ponti altissimi dell'autostrada. Mi spiace aver perso un po' di quella euforia: ora i miei viaggi sono tutti mordiefuggi, durano il tempo di un weekend e non vale la pena di affannarsi tanto se con due giorni di assenza il rischio massimo e di non riuscire a prendere sonno su un letto troppo duro o troppo basso o troppo vecchio.

Il fatto è che vivere senza entusiasmo per i viaggi, come vivere senza rischi, alla lunga ti porta ad avere sempre meno entusiasmo per quel viaggio madre che è la vita. Certo è anche un grande dono di Dio alzarsi al mattino e sapere di trovare tutto esattamente come l'avevi lasciato prima di addormentarti, sapere che tutto si è conservato per te. Tuttavia, quando questo tutto, il posto dove vivi, quello che puoi vedere dalla finestra della tua camera, il tuo lavoro, tua madre, il cane del vicino, i ricordi, gli impegni, lo stipendio, l'ultimo esame, il governo o il traffico sono sempre gli stessi e, diciamocelo, non è proprio un paradiso, con gli anni, lo stupore si spegne e la gratitudine sparisce.

Mi viene spesso in mente, a questo proposito, la frase conclusiva de "Le Città Invisibili" di italo Calvino:

« L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»

Questo passo somiglia tanto alla parabola del seminatore del Vangelo di Luca, quando si parla di un seme che, sparso tra le spine, prova a crescere cercando di non essere soffocato da questo mondo irragionevole. Così il frutto si perde e la vita sembra fatta solo di rovi. Ma tra i rovi esiste una sorgente, un'oasi di bellezza: una risposta che ho trovata in un altro Vangelo, quello di Matteo: "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo" Dunque questo campo, che è la vita, non sappiamo quanto sia grande, quanto sia infestato da rovi ed erbacce: sappiamo che di certo esso nasconde un tesoro, una chiave per vivere felici. La ricerca di questo tesoro è faticosa, "esige attenzione e apprendimento continui" ed in più è rischiosa. Perché spesso accade che per eccessivo sforzo si abbandoni tutto e, soprattutto, capita che nessuno sia più disposto a correre il rischio di vendere tutti i propri averi per comprare un campo, che sembra fatto solo di sterpaglie.

Ho deciso di correre questo rischio e di iniziare questa ricerca. Tra le spine resistono dei semi, che chiedono di crescere e di fare loro spazio. Lo spazio, per me, saranno le pagine di questo diario. La promessa di non cedere all'inferno.

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